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Rubrica · I poteri corti di Torino

Torino e l'illusione della crescita

di Alessandro Di Mauro

Ho seguito con interesse il recente convegno promosso dal notaio Ganelli sul futuro e sulla crescita di Torino. Tuttavia, per affrontare seriamente il tema della crescita occorre prima chiarire di quale crescita stiamo parlando. Nel mondo contemporaneo,…

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Ho seguito con interesse il recente convegno promosso dal notaio Ganelli sul futuro e sulla crescita di Torino. Tuttavia, per affrontare seriamente il tema della crescita occorre prima chiarire di quale crescita stiamo parlando. Nel mondo contemporaneo, crescita significa essenzialmente crescita capitalistica: attrazione di investimenti, insediamento di imprese, concentrazione di capitale, innovazione produttiva e aumento della produttività. Se Torino non cresce, allora la domanda non è come convincere gli investitori a venire, ma perché gli investitori non vengono. La risposta non può essere liquidata con l'ottimismo o con gli slogan. Il capitale, infatti, non si muove per simpatia verso una città o per appelli della politica locale. Va dove trova condizioni favorevoli. Torino sconta innanzitutto una questione geografica e logistica. È una città collocata all'estremo ovest del Paese, compressa dall'attrazione economica di Milano, che continua a concentrare funzioni finanziarie, direzionali e logistiche. Anche sul fronte francese le prospettive non sono così semplici come spesso vengono raccontate. Nel frattempo abbiamo perso la partita del Terzo Valico. La nuova logistica del Nord-Ovest guarda soprattutto ad Alessandria e a Milano, non a Torino. L'aeroporto di Caselle non ha il peso di un grande hub internazionale e l'alta velocità verso l'Europa resta una promessa più che una realtà compiuta. Per questo appare riduttivo immaginare che basti chiedere a Taiwan, al Giappone o ad altri Paesi di investire sul territorio torinese. Se questi investimenti non arrivano, non è perché nessuno li abbia invitati. È perché il sistema economico individua altrove condizioni considerate più vantaggiose. Anche il tema di un secondo produttore automobilistico va affrontato senza illusioni. Oggi l'industria automobilistica mondiale è sempre più automatizzata. Se un grande costruttore decidesse di insediarsi a Torino, lo farebbe con impianti ad altissima tecnologia e con una domanda di lavoro molto inferiore rispetto al passato. Non sarebbe il ritorno della grande fabbrica capace di assorbire migliaia di lavoratori. Lo stesso discorso vale per l'aerospazio. È un settore importante, avanzato e strategico, ma occupa prevalentemente personale altamente qualificato. Non rappresenta una risposta strutturale per interi quartieri popolari della città. Inoltre una parte significativa della filiera è legata alla produzione militare, con tutte le contraddizioni che ciò comporta. Nel frattempo l'Europa si è allargata. Chi cerca manodopera manifatturiera competitiva trova spesso condizioni più favorevoli in Polonia, Ungheria o in altri Paesi dell'Est. Pensare di invertire questa dinamica con semplici politiche locali significa sottovalutare la forza dei processi economici globali. Per questo motivo continuo a ritenere che la vera sfida per Torino non sia inseguire una crescita che potrebbe non arrivare mai nelle forme immaginate. La sfida è gestire con intelligenza una trasformazione che è già in corso. Torino perde abitanti da decenni. Cambia la propria struttura produttiva. Riduce il peso della manifattura tradizionale. È una città che deve imparare a governare una decrescita demografica e industriale senza viverla come una sconfitta. La domanda da porsi non è soltanto come crescere, ma come vivere meglio in una città che probabilmente non tornerà ad essere la metropoli industriale del Novecento. Come riutilizzare gli spazi vuoti. Come mantenere servizi di qualità. Come evitare che interi quartieri vengano abbandonati. Come distribuire ricchezza e opportunità in una fase di trasformazione. Torino continua a interrogarsi su come attrarre investimenti, ma forse dovrebbe interrogarsi su come governare la propria trasformazione. Perché il capitale non si muove per affetto verso i territori, né per gli auspici della politica locale. Si muove dove trova convenienza, infrastrutture, mercati e rendimenti. Per decenni Torino ha cercato di tornare ad essere ciò che era stata nel Novecento. Forse è arrivato il momento di accettare che quella stagione è finita. La sfida non è ricostruire la Torino della grande fabbrica, ma immaginare una città diversa, capace di vivere bene anche senza inseguire continuamente modelli di sviluppo che appartengono a un'altra epoca. La vera domanda non è se Torino crescerà. La vera domanda è se saprà governare il proprio cambiamento senza lasciare indietro interi quartieri, intere generazioni e una parte sempre più ampia della propria popolazione. Perché il capitale non ha memoria, non ha radici e non ha sentimenti. Le città, invece, sì. Per questo dovremmo forse avere il coraggio di abbandonare la retorica della crescita infinita e cominciare a ragionare su come gestire una decrescita intelligente, ordinata e, per quanto possibile, felice. Non come una sconfitta, ma come un adattamento realistico alle dinamiche economiche, produttive e geografiche del nostro tempo. Torino, con ogni probabilità, continuerà a perdere peso manifatturiero e centralità economica rispetto ad altri poli europei. La sfida sarà allora quella di preservare la qualità della vita, i servizi, gli spazi pubblici, la coesione sociale e il diritto ad abitare la città. In questo scenario, anche una progressiva diminuzione della popolazione potrebbe rappresentare un elemento di equilibrio, consentendo di riallineare infrastrutture, servizi e dimensione urbana alle reali capacità del territorio. Non dobbiamo dunque chiederci soltanto come crescere. Dobbiamo imparare a governare una decrescita che appare già in atto, cercando di renderla il più possibile sostenibile, equilibrata e persino felice. Perché il futuro di Torino, forse, non dipenderà dalla sua capacità di diventare più grande, ma dalla sua capacità di vivere meglio diventando, anno dopo anno, un po' più piccola.

Articolo · Opinioni aperte

Racconti dall’Aldilà e SOCREM Torino: il prestigio del Museo Egizio può diventare un endorsement reputazionale?

di Alessandro Di Mauro

Nulla da eccepire sul valore culturale dell’iniziativa. Ma quando un’istituzione di prestigio associa il proprio nome a un gruppo coinvolto da anni in una controversia con il Comune di Torino, trasparenza e opportunità diventano domande inevitabili. Venerdì…

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Nulla da eccepire sul valore culturale dell’iniziativa. Ma quando un’istituzione di prestigio associa il proprio nome a un gruppo coinvolto da anni in una controversia con il Comune di Torino, trasparenza e opportunità diventano domande inevitabili. Venerdì 13 novembre il Museo Egizio inaugurerà “Racconti dall’Aldilà”, un ciclo annuale di conferenze dedicato al modo in cui civiltà ed epoche diverse hanno interpretato il rapporto con la morte. Il primo appuntamento vedrà Christian Greco dialogare con Giovanni De Luna, con la partecipazione di Evelina Christillin. Il programma comprende personalità di primo piano e affronta un tema di indubbio interesse culturale. Nulla da eccepire, dunque, sul valore dell’iniziativa. Proprio per questo, tuttavia, è legittimo chiedersi quale effetto reputazionale produca l’accostamento tra una grande istituzione culturale e i soggetti che la sostengono. Il programma ufficiale indica che la rassegna è realizzata con il sostegno e la collaborazione culturale di SOCREM Torino APS. Tra gli sponsor figurano Deltora Servizi, Fondazione Fabretti, Federazione Italiana Cremazione e cooperativa Astra. Il Museo Egizio è un’istituzione di grande prestigio. Come ogni realtà culturale, ha naturalmente diritto a cercare sostenitori e collaborazioni. Ma il rapporto funziona anche nella direzione opposta: il prestigio del Museo attribuisce visibilità e reputazione agli enti e alle imprese che gli si affiancano. Lo afferma lo stesso Museo nella propria disciplina delle sponsorizzazioni, presentando il sostegno all’istituzione come un’occasione per accrescere la visibilità dello sponsor e valorizzarne la visione culturale e comunicativa. È quindi ragionevole chiedere che siano conosciuti con chiarezza i rapporti economici, societari e istituzionali tra i soggetti coinvolti. La tariffa di cremazione A Torino, secondo la documentazione richiamata, la tariffa di cremazione applicata dal 1° gennaio 2026 è pari a 593,75 euro oltre IVA, per un totale di 724,38 euro. Il dato coinciderebbe con il tetto massimo nazionale previsto per il servizio. Il Comune di Milano indica invece, per la cremazione a seguito di funerale, una tariffa di 325,52 euro. Il confronto deve essere effettuato con cautela, perché i servizi compresi nelle due tariffe potrebbero non essere perfettamente identici. SOCREM comprende infatti nella propria offerta anche l’urna semplice e alcune cerimonie di commiato e commemorazione. Resta però una differenza economica significativa, che meriterebbe una spiegazione pubblica e analitica. Perché Torino applica la tariffa massima? Quali costi la giustificano? Quali servizi sono compresi? Sarebbe possibile avviare un percorso di riduzione o almeno di progressivo avvicinamento alle tariffe applicate in altre grandi città? Sono domande rivolte alla gestione di un servizio di interesse pubblico e non costituiscono, di per sé, un’accusa di irregolarità. Il canone riconosciuto alla Città Un ulteriore elemento riguarda il canone versato alla Città di Torino. Nel 2007 il Comune definì ufficialmente il corrispettivo come un “canone annuale simbolico di 2.500 euro”. Una determinazione di AFC Torino del 2024 richiama inoltre la prosecuzione del servizio alle condizioni del contratto del 2007, nelle more dell’individuazione di un nuovo gestore. Se tale assetto è ancora vigente, il rapporto tra il canone e i ricavi generati dall’attività merita di essere illustrato con maggiore chiarezza. Il bilancio 2025 di SOCREM registra oltre 6,1 milioni di euro di proventi e ricavi, un patrimonio netto di circa 6,75 milioni di euro e crediti superiori a 1,4 milioni di euro verso imprese controllate. Questi dati non dimostrano alcuna gestione illecita. Rendono però comprensibile l’interesse dei cittadini a conoscere: quali siano i costi effettivi del servizio; quali investimenti siano stati realizzati; come sia determinata la tariffa; quali siano le ragioni per cui il canone comunale è rimasto fissato a 2.500 euro annui; quali condizioni economiche siano previste nell’eventuale futuro affidamento. Un rapporto controverso con il Comune di Torino La questione non riguarda soltanto le tariffe o i rapporti societari. Riguarda anche il titolo in base al quale SOCREM Torino continua a gestire il crematorio del Cimitero Monumentale. Nel 2014 il Comune di Torino assunse la decisione di superare il precedente assetto e di procedere verso l’individuazione di un nuovo gestore. Da allora la vicenda è rimasta al centro di un contenzioso amministrativo e di una lunga sequenza di atti, ricorsi, proroghe e rinvii. Secondo la ricostruzione risultante dagli atti pubblicamente richiamati, il rapporto con SOCREM è proseguito nelle more dell’individuazione del nuovo affidatario. Alcuni interlocutori qualificano questa permanenza come gestione “sine titulo”, cioè priva di un valido titolo attuale. È una contestazione giuridicamente rilevante, ma deve essere presentata con precisione: non è corretto trasformarla in un fatto definitivamente accertato senza indicare l’atto amministrativo o la pronuncia giudiziaria che lo abbia stabilito in quei termini. Il dato certo è che il rapporto tra SOCREM e il Comune di Torino è controverso da anni e che il passaggio a un nuovo gestore non risulta ancora completato. Nel frattempo, SOCREM continua a svolgere un servizio pubblico locale di rilevanza economica, mentre il rapporto economico con la Città resta collegato al canone annuo di 2.500 euro richiamato negli atti pubblici. Questa situazione pone una domanda preliminare rispetto a tutte le altre: è opportuno che un’istituzione culturale di massimo prestigio associ la propria immagine a un soggetto coinvolto da oltre un decennio in una controversia amministrativa con il Comune proprietario e titolare del servizio? La domanda non implica che SOCREM abbia commesso un illecito, né che la collaborazione culturale sia automaticamente vietata. Implica però che il Museo Egizio, prima di associare il proprio nome a una rassegna sostenuta da soggetti collegati a SOCREM, avrebbe potuto valutare e rendere trasparenti: l’esistenza e l’oggetto del contenzioso; lo stato attuale del rapporto con il Comune; il titolo giuridico della prosecuzione della gestione; l’eventuale pendenza di questioni relative a impianti, immobili, investimenti e indennizzi; l’identità dei soggetti che finanziano o sostengono concretamente l’iniziativa. Un possibile endorsement reputazionale È in questo punto che nasce il rischio di un possibile “purple washing”: non necessariamente un’operazione illecita, ma l’effetto per cui il prestigio della cultura finisce per valorizzare l’immagine pubblica di un gruppo coinvolto in una controversia amministrativa ancora aperta, senza che il pubblico venga informato della natura e della durata di quel conflitto. Il problema non è sostenere che il Museo Egizio abbia violato una specifica norma soltanto per aver collaborato con SOCREM. Allo stato, una simile conclusione richiederebbe documenti ulteriori. Il problema è invece l’opportunità istituzionale della scelta. Siamo sicuri che sarebbe consentito — o ritenuto opportuno — a qualunque altro soggetto coinvolto da oltre dieci anni in una controversia con il Comune proprietario e titolare del servizio ottenere un analogo endorsement reputazionale da parte di una delle più importanti istituzioni culturali italiane? Oppure il prestigio dei partner e la loro presenza consolidata nel sistema culturale e istituzionale producono, nei fatti, uno standard di valutazione più indulgente? Non è una richiesta di esclusione. È una richiesta di trasparenza. L’investimento in Astra Un altro elemento riguarda la cooperativa Astra. Secondo il fascicolo storico della società depositato presso il Registro delle Imprese di Torino, documento n. T 633367451, estratto il 3 gennaio 2026, con atto del 27 giugno 2025 l’assemblea di Astra deliberò un aumento di capitale destinato a operazioni di investimento. Dal medesimo documento risulterebbe che Acacia Servizi Funebri S.r.l. Società Benefit sottoscrisse 280.000 euro di azioni di finanziamento di tipo A, versando inoltre 70.000 euro a titolo di sovrapprezzo. L’importo complessivo dell’operazione fu quindi pari a 350.000 euro. È importante precisare la natura dell’operazione: sulla base del fascicolo indicato, non si trattò di una donazione né di una sponsorizzazione, ma di un investimento societario composto da capitale e sovrapprezzo. Lo stesso fascicolo riporta inoltre che, con atti datati 27 giugno 2025, Alice Merletti e Matteo Sciarra entrarono nel consiglio di amministrazione della cooperativa Astra. Le nomine furono iscritte nel Registro delle Imprese l’8 agosto 2025. A Matteo Sciarra furono attribuiti anche poteri operativi relativi, tra l’altro, alla strategia commerciale, ai progetti di sviluppo, ai contratti, alle convenzioni e alle operazioni finanziarie. La coincidenza temporale tra l’investimento e le nomine è un dato documentale. Non consente, da sola, di affermare che le nomine fossero il corrispettivo dell’investimento, né che i due amministratori siano stati designati direttamente da Acacia. Ogni conclusione ulteriore richiederebbe documenti aggiuntivi. Rapporti societari e ruoli pubblici I rapporti tra alcuni dei soggetti coinvolti risultano anche dalle informazioni pubblicate dagli stessi enti e società. Alice Merletti è indicata come vicepresidente di SOCREM Torino APS. Matteo Sciarra figura invece nella struttura direttiva di Deltora Servizi con il ruolo di responsabile sviluppo e direttore operativo. Il bilancio di SOCREM indica che Deltora, precedentemente denominata Servizi per la Cremazione, è controllata al 100 per cento da SOCREM Torino. Deltora presenta inoltre Acacia e Tyche Pet come componenti del proprio network proprietario. Da queste informazioni emerge una rete di rapporti societari, finanziari e di governance che coinvolge SOCREM, Deltora, Acacia, Astra e altre realtà del settore. Descrivere questa rete non significa attribuirle carattere illecito. Significa chiedere che i suoi rapporti siano resi comprensibili, soprattutto quando soggetti collegati partecipano a un’iniziativa culturale sostenuta da enti che operano nel settore funerario e della cremazione. Le domande ancora aperte Non è possibile affermare, sulla base dei documenti qui richiamati, che i 350.000 euro investiti in Astra provengano direttamente dalle singole tariffe pagate dai cittadini per le cremazioni. È però legittimo chiedere come vengano generate, trasferite e investite le risorse all’interno di un sistema il cui principale riferimento economico è la gestione di un servizio pubblico pagato dagli utenti. Le domande sono quindi le seguenti: Perché Torino applica la tariffa massima? Quali costi e quali servizi giustificano l’importo? Perché il canone riconosciuto alla Città è pari a 2.500 euro annui? Qual è oggi il titolo giuridico della gestione del crematorio? Perché il rapporto con SOCREM prosegue da anni mentre il Comune dichiara di voler individuare un nuovo gestore? Quali investimenti sono stati realizzati e quali sono programmati? Quanto versano SOCREM, Deltora, Astra e gli altri soggetti coinvolti per la rassegna del Museo Egizio? Quali rapporti economici, finanziari e societari intercorrono tra queste realtà? Quali procedure interne regolano gli investimenti e le nomine negli organi societari? Il Museo Egizio ha valutato l’esistenza e la rilevanza del contenzioso tra SOCREM e Comune di Torino prima di associare il proprio nome all’iniziativa? SOCREM potrà osservare di essere un’associazione senza scopo di lucro e che le attività culturali rientrano nella propria missione. È una posizione legittima e meritevole di essere rappresentata. L’assenza di scopo di lucro, tuttavia, non esclude l’interesse pubblico a conoscere il funzionamento economico di un soggetto che opera, per incarico della pubblica amministrazione, nel settore della cremazione. Siamo disponibili a pubblicare le risposte e le precisazioni documentate di tutti i soggetti citati. La responsabilità del prestigio culturale Le personalità coinvolte nella rassegna non sono responsabili dei rapporti societari o delle scelte economiche degli enti che sostengono l’iniziativa. Nessuno mette in discussione il loro valore, la loro autonomia o la loro buona fede. Proprio per questo, però, il loro prestigio rende ancora più importante distinguere tra il valore culturale delle conferenze e le questioni economiche, societarie e amministrative che riguardano gli sponsor e i partner. Il problema non è sostenere che gli intellettuali siano stati utilizzati consapevolmente come testimonial. Non ci sono, sulla base dei documenti qui esaminati, elementi sufficienti per affermarlo. Il problema è più semplice: quando una grande istituzione culturale accosta il proprio nome a soggetti che operano in un servizio pubblico controverso, la reputazione prodotta dalla collaborazione rende ancora più necessaria la trasparenza. Conclusione Non occorre affermare che il Museo Egizio abbia violato una norma, né che SOCREM occupi definitivamente il crematorio sine titulo. Occorre però riconoscere che il Museo ha scelto di associare il proprio prestigio a soggetti che operano in un servizio pubblico al centro, dal 2014, di una controversia con il Comune di Torino. In una situazione simile, la domanda non è soltanto se la collaborazione sia formalmente consentita. È se sia opportuna, trasparente e coerente con la tutela dell’immagine di un’istituzione culturale sottoposta a controllo pubblico. Se il rapporto con il Comune è soltanto provvisorio, occorre spiegare perché dura da così tanti anni. Se SOCREM ritiene di avere un titolo pienamente valido, può indicare quale sia. Se esistono questioni ancora controverse sulla prosecuzione della gestione, sugli impianti, sugli investimenti o sugli indennizzi, il pubblico ha diritto di conoscerle prima di assistere a un’iniziativa che attribuisce ulteriore reputazione ai soggetti coinvolti. Non è una richiesta di esclusione. È una richiesta di trasparenza. Ridurre le tariffe, oppure motivarle in modo dettagliato. Rendere pubblici i rapporti economici. Spiegare l’origine e la destinazione degli investimenti. Chiarire il titolo della gestione e i criteri delle nomine e delle collaborazioni. La cultura dovrebbe contribuire a rendere più comprensibili anche le decisioni economiche e istituzionali. Non a sostituire le risposte che ancora mancano. Un abbraccio a tutti.

Rubrica · I poteri corti di Torino

Botta e risposta sulla democrazia diretta

Botta: Egregio sig.... In riferimento alla Sua istanza di riesame in oggetto, siamo spiacenti di comunicarLe che l’art. 11-bis del T.U. n. 297 – Testo unico delle norme regolamentari sulla partecipazione, il referendum, l’accesso, il procedimento, la…

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Botta: Egregio sig.... In riferimento alla Sua istanza di riesame in oggetto, siamo spiacenti di comunicarLe che l’art. 11-bis del T.U. n. 297 – Testo unico delle norme regolamentari sulla partecipazione, il referendum, l’accesso, il procedimento, la documentazione amministrativa e il Difensore civico – non prevede, purtroppo, la possibilità di richiedere il riesame dell'istanza. L'occasione ci è gradita per porgere cordiali saluti.  La Segreteria Dipartimento Segretariato Generale Segreteria Presidenza Consiglio Comunale Piazza Palazzo di Città 1, Torino   Tel. +39 011 011 22500 RISPOSTA: Gentili interlocutori, Vi ringrazio per la cortese comunicazione, dalla quale apprendo che il Regolamento comunale non contempla la possibilità di richiedere il riesame di un'istanza. Prendo atto con un certo stupore di questa singolare concezione del rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione: una volta fornita una risposta, evidentemente, il problema non è più la sua fondatezza, la sua completezza o la sua coerenza con i fatti, ma l'impossibilità regolamentare di discuterla ulteriormente. Naturalmente, l'assenza di una specifica procedura di riesame non impedisce all'amministrazione di rivalutare le proprie posizioni, né priva il cittadino del diritto di contestarle nelle sedi competenti. Resta comunque apprezzabile la sollecitudine con cui mi avete comunicato ciò che non potete fare. Sarebbe auspicabile riscontrare altrettanta sollecitudine nello spiegare ciò che l'amministrazione avrebbe dovuto fare. Prendo dunque atto della Vostra posizione, riservandomi di sottoporre la questione alle sedi istituzionali competenti. Cordiali saluti.

Articolo · Opinioni aperte

Una cittadina sola davanti al caso Socrem

di Carolina Dardano

Il 2 novembre 2026 ho discusso in Consiglio comunale l’interpellanza civica dedicata alla gestione del servizio di cremazione a Torino. L’avevo presentata il 23 luglio per chiedere conto della prosecuzione del rapporto con Socrem Torino APS, delle tariffe…

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Il 2 novembre 2026 ho discusso in Consiglio comunale l’interpellanza civica dedicata alla gestione del servizio di cremazione a Torino. L’avevo presentata il 23 luglio per chiedere conto della prosecuzione del rapporto con Socrem Torino APS, delle tariffe applicate e delle prospettive future del servizio. Prima ancora delle risposte, mi ha colpita la solitudine. Per quanto ho potuto vedere, in quel momento eravamo presenti io, l’assessora Chiara Foglietta e la vicepresidente del Consiglio comunale. Un’aula quasi vuota davanti a una questione che riguarda direttamente le tasche dei cittadini, l’utilizzo del patrimonio pubblico e il modo in cui viene amministrato un servizio essenziale. Questa assenza mi ha fatto rabbia. Non perché pretendessi una platea per me, ma perché una domanda posta da una cittadina nell’interesse collettivo dovrebbe meritare l’attenzione della politica. UNA DIFFERENZA TARIFFARIA CHE RICHIEDE SPIEGAZIONI Per il 2026 Socrem Torino indica una tariffa di 593,75 euro più IVA per la cremazione di un cadavere. A Milano la tariffa comunale è di 325,52 euro. I servizi offerti nelle due città non sono necessariamente identici: Socrem dichiara di comprendere nella tariffa l’urna semplice e alcune cerimonie. Anche Milano, però, include un’urna cineraria d’acciaio. La distanza economica rimane enorme e non può essere liquidata come un dettaglio tecnico. Prima dell’IVA, la tariffa torinese è superiore di circa l’82 per cento; considerando anche l’IVA indicata per Torino, il costo supera il doppio della tariffa milanese. Perché Torino applica il tetto massimo? Quali costi lo giustificano? Quali verifiche effettua la Città? Sono domande concrete, non pretestuose. UN CANONE DI 2.500 EURO La ricognizione ufficiale sui servizi pubblici locali della Città registra, per il 2024, 5.010 cremazioni di cadaveri, 1.260 cremazioni di resti mortali e 129 di parti anatomiche riconoscibili. Lo stesso documento indica in 2.500 euro l’anno il canone riconosciuto alla Città. Socrem è un’associazione di promozione sociale senza scopo di lucro e dichiara investimenti nelle proprie strutture. Questo dato va riconosciuto. Ma non elimina la domanda politica: è adeguato che un servizio pubblico con volumi tanto rilevanti produca per la Città un canone annuale di soli 2.500 euro? Il patrimonio è pubblico. Il servizio riguarda tutta la cittadinanza. La convenienza collettiva deve quindi essere dimostrata con numeri chiari, controlli e piena trasparenza. UNA RISPOSTA CORTESE, MA NON CONVINCENTE L’assessora Foglietta è stata gentile e ha risposto alle mie domande. La mia critica non è personale. Tuttavia, i richiami alle difficoltà relative al demanio comunale e alla predisposizione di una gara mi sono sembrati elusivi rispetto al cuore del problema. Gli atti della Città ricordano che il contratto approvato nel 2007 prosegue sino all’espletamento di una nuova procedura di affidamento. Ricordano inoltre il contenzioso amministrativo intervenuto nel frattempo. Proprio per questo occorre una risposta politica precisa: qual è il calendario della nuova procedura? Quali ostacoli restano? Quali soluzioni sono state concretamente valutate? Le difficoltà amministrative non possono diventare una condizione permanente. UN ALTRO CREMATORIO E NUOVO CONSUMO DI SUOLO? Durante il confronto è riemersa anche l’ipotesi di un nuovo impianto crematorio al Cimitero Parco. È una prospettiva che solleva altre domande. Torino è una città in decrescita demografica. A pochi chilometri esiste già un impianto di cremazione e, nella stessa area urbana, si discute del potenziamento del termovalorizzatore del Gerbido con una quarta linea. Prima di consumare altro suolo e aggiungere nuove emissioni occorrono dati pubblici sulla domanda effettiva, sulle alternative disponibili e sull’impatto ambientale complessivo. Un nuovo impianto potrebbe forse essere motivato da valutazioni tecniche. Ma queste valutazioni devono essere mostrate ai cittadini, non semplicemente evocate. LA RESPONSABILITÀ RIGUARDA TUTTO IL CONSIGLIO La mia amarezza non riguarda soltanto l’assessora. Riguarda l’intero Consiglio comunale. I cittadini eleggono i propri rappresentanti perché tutelino l’interesse pubblico, non perché lascino senza risposta domande documentate. Pagare molto più che in un’altra grande città non è una questione campata in aria. Un canone di 2.500 euro per un servizio di queste dimensioni non è un dettaglio. Chiedere una gara trasparente e una valutazione ambientale seria non è pretestuoso. Il silenzio davanti a queste domande è una piccola vergogna civile. L’interpellanza non chiude la questione. La apre. Ora spetta all’Amministrazione e al Consiglio dimostrare, con atti e numeri, che l’interesse tutelato è davvero quello dei cittadini torinesi. Fonti: interpellanza civica n. 2026-00349 e calendario della Città di Torino; ricognizione comunale dei servizi pubblici locali; tariffe 2026 di Socrem Torino e del Comune di Milano.

Articolo · Opinioni aperte

DAL FIUME DALLE MILLE BRACCIA ALLA COMUNITÀ APERTA: UNA RIFORMA PER SUPERARE IL CARCERE

di Alessandro Di Mauro

Dal fiume dalle mille braccia alla comunità aperta: una riforma per superare il carcere di Alessandro Di Mauro *Portare fuori dal carcere le pene fino a cinque anni non significa rinunciare alla giustizia. Significa costruire una pena più esigente,…

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Dal fiume dalle mille braccia alla comunità aperta: una riforma per superare il carcere di Alessandro Di Mauro *Portare fuori dal carcere le pene fino a cinque anni non significa rinunciare alla giustizia. Significa costruire una pena più esigente, responsabile e capace di ridurre la recidiva.* Nel racconto genealogico di Michel Foucault, il folle viene affidato al fiume dalle mille braccia e al mare dalle mille strade. La *Nave dei folli* lo allontana dalla città senza offrirgli una destinazione: è contemporaneamente espulsione e sospensione, libertà apparente e prigionia assoluta. Poi arrivano il grande internamento, il manicomio, la clinica disciplinare. Il non-senso viene rinchiuso perché non disturbi il senso proclamato dall’ordine sociale. La persona scompare dietro una categoria: folle, deviante, pericoloso. Non deve più essere ascoltata, ma custodita, classificata, sorvegliata. È la storia delle istituzioni totali. Ma è anche la storia del potere, che non agisce soltanto attraverso le leggi o la forza dello Stato. Ha mille braccia: il muro, il cancello, la cartella clinica, la matricola, il rapporto disciplinare, l’orario, la perquisizione, il fascicolo. Il potere separa prima ancora di punire. Stabilisce chi può abitare lo spazio comune e chi deve essere collocato fuori dalla vista. Il manicomio e il carcere appartengono a questa medesima genealogia politica. Entrambi nascono dalla promessa di proteggere la società e trasformare la persona. Entrambi finiscono troppo spesso per custodire l’esclusione prodotta dalla società stessa. L’Italia ha avuto il coraggio di spezzare una parte di questa storia. Franco Basaglia non sosteneva che la sofferenza psichica non esistesse. Sosteneva che il manicomio non fosse la sua cura. La legge 180 non abolì la responsabilità pubblica verso la malattia mentale: abolì la pretesa che la segregazione potesse sostituire la cura. Al posto dell’istituzione chiusa indicò il territorio, i servizi, le relazioni, la comunità. Oggi occorre compiere un passaggio altrettanto radicale nell’esecuzione penale. Le case circondariali sono diventate il luogo nel quale depositiamo contraddizioni che non sappiamo o non vogliamo affrontare: povertà, dipendenze, marginalità, disagio psichico, assenza di casa e di lavoro. Il carcere riceve tutto, separa tutto, nasconde tutto. E quando la pena termina restituisce frequentemente alla società una persona più sola, più fragile e più lontana da qualsiasi possibilità di ricostruzione. Il carcere continua così a sopravvivere ai propri fallimenti. Se non rieduca, si invoca maggiore durezza. Se produce recidiva, si domanda più carcere. Se è sovraffollato, si propongono nuovi istituti. È un dispositivo che trasforma ogni propria sconfitta nella giustificazione della propria espansione. La riforma proposta rompe questo automatismo. Il suo primo punto politico è netto: per le condanne fino a cinque anni, l’esecuzione della pena non deve avvenire ordinariamente in carcere. La pena rimane, ma cambia il luogo e cambia il modo della sua esecuzione. Non più il tempo vuoto della cella, bensì un tempo attraversato da obblighi, lavoro, formazione, riparazione e responsabilità. Il secondo punto riguarda il momento della decisione. La forma comunitaria dell’esecuzione viene stabilita senza attendere un successivo passaggio davanti al tribunale di sorveglianza. La risposta sulla pena e quella sulla sua esecuzione tornano a essere vicine. Si evitano mesi, talvolta anni, di sospensione burocratica durante i quali la vita della persona rimane appesa a un fascicolo. Il terzo punto è il cuore della riforma: la pena viene eseguita nella comunità. Non in un carcere più piccolo e con un nome più rassicurante, ma in una struttura aperta, inserita nel territorio e collegata ai servizi pubblici, al lavoro, alla formazione e alle reti sociali. Una comunità aperta non è un albergo e non è una zona franca. Può imporre regole, orari, obblighi, controlli e attività. Ma non spezza artificialmente ogni legame affettivo e sociale. Chiede alla persona di rispondere concretamente delle proprie azioni, invece di limitarsi a scomparire dietro un muro. Qui si trova la differenza fra impunità e responsabilità. L’impunità cancella la conseguenza del reato. La pena di comunità, al contrario, rende quella conseguenza quotidiana e verificabile. Obbliga a lavorare, rispettare prescrizioni, seguire un programma, affrontare le dipendenze, contribuire alla collettività e, quando possibile, riparare il danno arrecato. Anche la violazione delle regole deve essere letta in questa prospettiva. Una ricaduta o un’infrazione non possono trasformarsi automaticamente nella prova che una persona sia irrecuperabile. Il fallimento di un passaggio non deve riportare fatalmente al punto di partenza, dentro il circuito chiuso del carcere. La riforma sceglie perciò di mantenere la risposta nell’orizzonte comunitario: il programma viene corretto, le prescrizioni possono diventare più stringenti, la persona viene riportata in una comunità aperta. Non è indulgenza. È la consapevolezza che i percorsi umani non sono lineari e che la sicurezza non nasce dall’espulsione perpetua, ma dalla capacità di governare anche le crisi e le ricadute. È proprio su questo terreno che si misurerà lo scontro politico. Da una parte c’è una concezione della sicurezza fondata sulla produzione continua di nuovi esclusi. Dall’altra una sicurezza costruita attraverso responsabilità, servizi, lavoro, casa, salute e legami sociali. La prima è facile da raccontare: basta mostrare una porta che si chiude. La seconda è più difficile, perché impone alla politica di organizzare ciò che avviene fuori da quella porta. Richiede educatori, assistenti sociali, psicologi, operatori sanitari, amministrazioni locali, associazioni, cooperative e imprese disponibili a partecipare. Senza queste risorse, la comunità aperta rischierebbe di diventare soltanto un carcere senza mura, un sistema di controllo diffuso affidato alla buona volontà del volontariato. Per questo la riforma deve essere accompagnata da investimenti pubblici, standard nazionali, personale stabile e una chiara responsabilità dello Stato. La comunità non può essere l’alibi per risparmiare sulla giustizia sociale. Occorre anche restituire centralità alle vittime. Il carcere tende a espellerle dal tempo dell’esecuzione: pronunciata la sentenza, tutto si svolge fra lo Stato e il condannato. Una giustizia di comunità può invece aprire spazi per il riconoscimento del danno, la restituzione, la riparazione e, quando liberamente accettato, l’incontro. La domanda politica, dunque, non è se vogliamo essere più buoni con chi ha commesso un reato. La domanda è se vogliamo una pena che funzioni. Se vogliamo che, al termine dell’esecuzione, la società sia più sicura o soltanto momentaneamente rassicurata. Basaglia dimostrò che si poteva curare senza manicomio. Oggi dobbiamo affermare che, per una parte decisiva delle condanne, si può punire senza incarcerare. Non si tratta di aprire semplicemente le porte delle prigioni. Si tratta di aprire la politica alla possibilità che una persona non coincida per sempre con il peggiore atto che ha commesso. Dal fiume dalle mille braccia alla comunità aperta, il cammino è quello che conduce dall’espulsione alla responsabilità. La pena non scompare: smette di essere vendetta amministrata e torna a essere un progetto costituzionale di ritorno nella società. Perché una democrazia non si misura soltanto da chi protegge. Si misura anche da quante persone riesce a non abbandonare.