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DAL FIUME DALLE MILLE BRACCIA ALLA COMUNITÀ APERTA: UNA RIFORMA PER SUPERARE IL CARCERE

Dal fiume dalle mille braccia alla comunità aperta: una riforma per superare il carcere di Alessandro Di Mauro *Portare fuori dal carcere le pene fino a cinque anni non significa rinunciare alla giustizia. Significa costruire una pena più esigente, responsabile e capace di ridurre la recidiva.* Nel racconto genealogico di…

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Dal fiume dalle mille braccia alla comunità aperta: una riforma per superare il carcere di Alessandro Di Mauro *Portare fuori dal carcere le pene fino a cinque anni non significa rinunciare alla giustizia. Significa costruire una pena più esigente, responsabile e capace di ridurre la recidiva.* Nel racconto genealogico di Michel Foucault, il folle viene affidato al fiume dalle mille braccia e al mare dalle mille strade. La *Nave dei folli* lo allontana dalla città senza offrirgli una destinazione: è contemporaneamente espulsione e sospensione, libertà apparente e prigionia assoluta. Poi arrivano il grande internamento, il manicomio, la clinica disciplinare. Il non-senso viene rinchiuso perché non disturbi il senso proclamato dall’ordine sociale. La persona scompare dietro una categoria: folle, deviante, pericoloso. Non deve più essere ascoltata, ma custodita, classificata, sorvegliata. È la storia delle istituzioni totali. Ma è anche la storia del potere, che non agisce soltanto attraverso le leggi o la forza dello Stato. Ha mille braccia: il muro, il cancello, la cartella clinica, la matricola, il rapporto disciplinare, l’orario, la perquisizione, il fascicolo. Il potere separa prima ancora di punire. Stabilisce chi può abitare lo spazio comune e chi deve essere collocato fuori dalla vista. Il manicomio e il carcere appartengono a questa medesima genealogia politica. Entrambi nascono dalla promessa di proteggere la società e trasformare la persona. Entrambi finiscono troppo spesso per custodire l’esclusione prodotta dalla società stessa. L’Italia ha avuto il coraggio di spezzare una parte di questa storia. Franco Basaglia non sosteneva che la sofferenza psichica non esistesse. Sosteneva che il manicomio non fosse la sua cura. La legge 180 non abolì la responsabilità pubblica verso la malattia mentale: abolì la pretesa che la segregazione potesse sostituire la cura. Al posto dell’istituzione chiusa indicò il territorio, i servizi, le relazioni, la comunità. Oggi occorre compiere un passaggio altrettanto radicale nell’esecuzione penale. Le case circondariali sono diventate il luogo nel quale depositiamo contraddizioni che non sappiamo o non vogliamo affrontare: povertà, dipendenze, marginalità, disagio psichico, assenza di casa e di lavoro. Il carcere riceve tutto, separa tutto, nasconde tutto. E quando la pena termina restituisce frequentemente alla società una persona più sola, più fragile e più lontana da qualsiasi possibilità di ricostruzione. Il carcere continua così a sopravvivere ai propri fallimenti. Se non rieduca, si invoca maggiore durezza. Se produce recidiva, si domanda più carcere. Se è sovraffollato, si propongono nuovi istituti. È un dispositivo che trasforma ogni propria sconfitta nella giustificazione della propria espansione. La riforma proposta rompe questo automatismo. Il suo primo punto politico è netto: per le condanne fino a cinque anni, l’esecuzione della pena non deve avvenire ordinariamente in carcere. La pena rimane, ma cambia il luogo e cambia il modo della sua esecuzione. Non più il tempo vuoto della cella, bensì un tempo attraversato da obblighi, lavoro, formazione, riparazione e responsabilità. Il secondo punto riguarda il momento della decisione. La forma comunitaria dell’esecuzione viene stabilita senza attendere un successivo passaggio davanti al tribunale di sorveglianza. La risposta sulla pena e quella sulla sua esecuzione tornano a essere vicine. Si evitano mesi, talvolta anni, di sospensione burocratica durante i quali la vita della persona rimane appesa a un fascicolo. Il terzo punto è il cuore della riforma: la pena viene eseguita nella comunità. Non in un carcere più piccolo e con un nome più rassicurante, ma in una struttura aperta, inserita nel territorio e collegata ai servizi pubblici, al lavoro, alla formazione e alle reti sociali. Una comunità aperta non è un albergo e non è una zona franca. Può imporre regole, orari, obblighi, controlli e attività. Ma non spezza artificialmente ogni legame affettivo e sociale. Chiede alla persona di rispondere concretamente delle proprie azioni, invece di limitarsi a scomparire dietro un muro. Qui si trova la differenza fra impunità e responsabilità. L’impunità cancella la conseguenza del reato. La pena di comunità, al contrario, rende quella conseguenza quotidiana e verificabile. Obbliga a lavorare, rispettare prescrizioni, seguire un programma, affrontare le dipendenze, contribuire alla collettività e, quando possibile, riparare il danno arrecato. Anche la violazione delle regole deve essere letta in questa prospettiva. Una ricaduta o un’infrazione non possono trasformarsi automaticamente nella prova che una persona sia irrecuperabile. Il fallimento di un passaggio non deve riportare fatalmente al punto di partenza, dentro il circuito chiuso del carcere. La riforma sceglie perciò di mantenere la risposta nell’orizzonte comunitario: il programma viene corretto, le prescrizioni possono diventare più stringenti, la persona viene riportata in una comunità aperta. Non è indulgenza. È la consapevolezza che i percorsi umani non sono lineari e che la sicurezza non nasce dall’espulsione perpetua, ma dalla capacità di governare anche le crisi e le ricadute. È proprio su questo terreno che si misurerà lo scontro politico. Da una parte c’è una concezione della sicurezza fondata sulla produzione continua di nuovi esclusi. Dall’altra una sicurezza costruita attraverso responsabilità, servizi, lavoro, casa, salute e legami sociali. La prima è facile da raccontare: basta mostrare una porta che si chiude. La seconda è più difficile, perché impone alla politica di organizzare ciò che avviene fuori da quella porta. Richiede educatori, assistenti sociali, psicologi, operatori sanitari, amministrazioni locali, associazioni, cooperative e imprese disponibili a partecipare. Senza queste risorse, la comunità aperta rischierebbe di diventare soltanto un carcere senza mura, un sistema di controllo diffuso affidato alla buona volontà del volontariato. Per questo la riforma deve essere accompagnata da investimenti pubblici, standard nazionali, personale stabile e una chiara responsabilità dello Stato. La comunità non può essere l’alibi per risparmiare sulla giustizia sociale. Occorre anche restituire centralità alle vittime. Il carcere tende a espellerle dal tempo dell’esecuzione: pronunciata la sentenza, tutto si svolge fra lo Stato e il condannato. Una giustizia di comunità può invece aprire spazi per il riconoscimento del danno, la restituzione, la riparazione e, quando liberamente accettato, l’incontro. La domanda politica, dunque, non è se vogliamo essere più buoni con chi ha commesso un reato. La domanda è se vogliamo una pena che funzioni. Se vogliamo che, al termine dell’esecuzione, la società sia più sicura o soltanto momentaneamente rassicurata. Basaglia dimostrò che si poteva curare senza manicomio. Oggi dobbiamo affermare che, per una parte decisiva delle condanne, si può punire senza incarcerare. Non si tratta di aprire semplicemente le porte delle prigioni. Si tratta di aprire la politica alla possibilità che una persona non coincida per sempre con il peggiore atto che ha commesso. Dal fiume dalle mille braccia alla comunità aperta, il cammino è quello che conduce dall’espulsione alla responsabilità. La pena non scompare: smette di essere vendetta amministrata e torna a essere un progetto costituzionale di ritorno nella società. Perché una democrazia non si misura soltanto da chi protegge. Si misura anche da quante persone riesce a non abbandonare.

Una cittadina sola davanti al caso Socrem

Il 2 novembre 2026 ho discusso in Consiglio comunale l’interpellanza civica dedicata alla gestione del servizio di cremazione a Torino. L’avevo presentata il 23 luglio per chiedere conto della prosecuzione del rapporto con Socrem Torino APS, delle tariffe applicate e delle prospettive future del servizio. Prima ancora delle…

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Il 2 novembre 2026 ho discusso in Consiglio comunale l’interpellanza civica dedicata alla gestione del servizio di cremazione a Torino. L’avevo presentata il 23 luglio per chiedere conto della prosecuzione del rapporto con Socrem Torino APS, delle tariffe applicate e delle prospettive future del servizio. Prima ancora delle risposte, mi ha colpita la solitudine. Per quanto ho potuto vedere, in quel momento eravamo presenti io, l’assessora Chiara Foglietta e la vicepresidente del Consiglio comunale. Un’aula quasi vuota davanti a una questione che riguarda direttamente le tasche dei cittadini, l’utilizzo del patrimonio pubblico e il modo in cui viene amministrato un servizio essenziale. Questa assenza mi ha fatto rabbia. Non perché pretendessi una platea per me, ma perché una domanda posta da una cittadina nell’interesse collettivo dovrebbe meritare l’attenzione della politica. UNA DIFFERENZA TARIFFARIA CHE RICHIEDE SPIEGAZIONI Per il 2026 Socrem Torino indica una tariffa di 593,75 euro più IVA per la cremazione di un cadavere. A Milano la tariffa comunale è di 325,52 euro. I servizi offerti nelle due città non sono necessariamente identici: Socrem dichiara di comprendere nella tariffa l’urna semplice e alcune cerimonie. Anche Milano, però, include un’urna cineraria d’acciaio. La distanza economica rimane enorme e non può essere liquidata come un dettaglio tecnico. Prima dell’IVA, la tariffa torinese è superiore di circa l’82 per cento; considerando anche l’IVA indicata per Torino, il costo supera il doppio della tariffa milanese. Perché Torino applica il tetto massimo? Quali costi lo giustificano? Quali verifiche effettua la Città? Sono domande concrete, non pretestuose. UN CANONE DI 2.500 EURO La ricognizione ufficiale sui servizi pubblici locali della Città registra, per il 2024, 5.010 cremazioni di cadaveri, 1.260 cremazioni di resti mortali e 129 di parti anatomiche riconoscibili. Lo stesso documento indica in 2.500 euro l’anno il canone riconosciuto alla Città. Socrem è un’associazione di promozione sociale senza scopo di lucro e dichiara investimenti nelle proprie strutture. Questo dato va riconosciuto. Ma non elimina la domanda politica: è adeguato che un servizio pubblico con volumi tanto rilevanti produca per la Città un canone annuale di soli 2.500 euro? Il patrimonio è pubblico. Il servizio riguarda tutta la cittadinanza. La convenienza collettiva deve quindi essere dimostrata con numeri chiari, controlli e piena trasparenza. UNA RISPOSTA CORTESE, MA NON CONVINCENTE L’assessora Foglietta è stata gentile e ha risposto alle mie domande. La mia critica non è personale. Tuttavia, i richiami alle difficoltà relative al demanio comunale e alla predisposizione di una gara mi sono sembrati elusivi rispetto al cuore del problema. Gli atti della Città ricordano che il contratto approvato nel 2007 prosegue sino all’espletamento di una nuova procedura di affidamento. Ricordano inoltre il contenzioso amministrativo intervenuto nel frattempo. Proprio per questo occorre una risposta politica precisa: qual è il calendario della nuova procedura? Quali ostacoli restano? Quali soluzioni sono state concretamente valutate? Le difficoltà amministrative non possono diventare una condizione permanente. UN ALTRO CREMATORIO E NUOVO CONSUMO DI SUOLO? Durante il confronto è riemersa anche l’ipotesi di un nuovo impianto crematorio al Cimitero Parco. È una prospettiva che solleva altre domande. Torino è una città in decrescita demografica. A pochi chilometri esiste già un impianto di cremazione e, nella stessa area urbana, si discute del potenziamento del termovalorizzatore del Gerbido con una quarta linea. Prima di consumare altro suolo e aggiungere nuove emissioni occorrono dati pubblici sulla domanda effettiva, sulle alternative disponibili e sull’impatto ambientale complessivo. Un nuovo impianto potrebbe forse essere motivato da valutazioni tecniche. Ma queste valutazioni devono essere mostrate ai cittadini, non semplicemente evocate. LA RESPONSABILITÀ RIGUARDA TUTTO IL CONSIGLIO La mia amarezza non riguarda soltanto l’assessora. Riguarda l’intero Consiglio comunale. I cittadini eleggono i propri rappresentanti perché tutelino l’interesse pubblico, non perché lascino senza risposta domande documentate. Pagare molto più che in un’altra grande città non è una questione campata in aria. Un canone di 2.500 euro per un servizio di queste dimensioni non è un dettaglio. Chiedere una gara trasparente e una valutazione ambientale seria non è pretestuoso. Il silenzio davanti a queste domande è una piccola vergogna civile. L’interpellanza non chiude la questione. La apre. Ora spetta all’Amministrazione e al Consiglio dimostrare, con atti e numeri, che l’interesse tutelato è davvero quello dei cittadini torinesi. Fonti: interpellanza civica n. 2026-00349 e calendario della Città di Torino; ricognizione comunale dei servizi pubblici locali; tariffe 2026 di Socrem Torino e del Comune di Milano.

Ultime news · 6 novembre 2026

Dal lavoro sul campo.

News · Volontariato

Ogni sabato all'ICAM: il tempo donato da Serena.

Serena Campanella dedica ogni sabato tempo, ascolto e cura alle madri e ai bambini dell'ICAM di Torino. La struttura accoglie madri detenute con figli minori di sei anni, in spazi a custodia attenuata pensati per proteggere il rapporto tra madre e figlio.

La continuità della sua presenza racconta un volontariato fatto di relazioni, non di gesti occasionali.

News · Padiglione B

Il Teatro dell'Oppresso entra nel Padiglione B.

Nel Padiglione B della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno inizierà un percorso condotto da Angelo Miramonti, professore di Teatro comunitario, drammaterapeuta e formatore con esperienza internazionale.

Il metodo di Augusto Boal trasforma gli spettatori in “spett-attori”: persone chiamate a interrogare i conflitti, prendere la parola e immaginare possibilità di cambiamento.

Associazione di promozione sociale

La sicurezza che vogliamo è sociale. Sempre dalla parte degli ultimi.

Non soltanto controllo e repressione: diritti, welfare, cultura e inclusione. Avvalorando lavora dentro e fuori dal carcere per costruire comunità.

Una performer durante le prove dello spettacolo teatrale Metamorfosi
01

Fotografie dalle prove dello spettacolo teatrale in divenire.

DirittiWelfareCulturaInclusione

Trasformare la paura in una domanda di giustizia sociale.

L'insicurezza reale non si risolve con slogan facili. Si affronta con pensioni dignitose, scuola e sanità pubbliche, opportunità per i giovani e percorsi che non abbandonino nessuno.

“La sicurezza sociale si costruisce solo insieme e demolendo tonnellate di luoghi comuni.”
La nostra posizione

Avvalorando porta sollievo e costruisce comunità nei luoghi di detenzione, ma vuole andare oltre: dialogare con l'opinione pubblica e contribuire a una riforma strutturale del sistema penitenziario.

Presenza, studio, partecipazione.

Azioni concrete per tenere insieme dignità delle persone e sicurezza della comunità.

01

Dentro i luoghi di detenzione

Laboratori, lingua, ascolto e attività culturali che costruiscono relazione e autonomia.

02

Fuori, nello spazio pubblico

Incontri, piazze e contenuti che contrastano stereotipi e rendono visibili dati ed esperienze.

03

Proposte per cambiare

Confronto con esperte ed esperti per una riforma penitenziaria fondata su cura e reinserimento.

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Locandina Gospel di Natale di Avvalorando

Prossimo appuntamento · Ingresso gratuito

Gospel di Natale

Unity Choir for All, installazione luminosa permanente e buffet per tutti.

Quando
21 dicembre 2026, ore 21:30
Dove
Bocciofila San Pietro, Moncalieri

Quanto manca

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Post AvvalorandoIl carcere
fuori dal
carcere.
Legge di iniziativa popolare
La nostra riforma del sistema penitenziarioLa pena può tornare nella comunità.Ridurre il ricorso alla reclusione e portare l’esecuzione della pena nella comunità, quando possibile: percorsi di cura, responsabilità e reinserimento più efficaci per la persona, la vittima e la collettività. È il cuore della proposta di legge di iniziativa popolare che Avvalorando sta costruendo con un gruppo di consulenti.Apri il post
Post InstagramLa prigione
non elimina
i reati.
A partire da Michel Foucault
Pensiero criticoCarcere, stigma e recidiva.Chi esce dal carcere porta spesso con sé lo stigma della condanna. Senza casa, lavoro e relazioni sociali, tornare a una vita diversa diventa molto difficile.Apri il post

Grafiche e contenuti tratti dall'archivio Canva di Avvalorando.

Installazione · Paratissima

Un minuto dentro l'opera.

Il reel è un estratto di un minuto di “Μεταμόρφωσις”, l’installazione presentata a Paratissima al Real Collegio di Moncalieri: un attraversamento visivo tra corpo, trasformazione e memoria.

Le fotografie documentano le prove dello spettacolo teatrale in divenire.

Il reel è un estratto dell'installazione presentata a Paratissima.

Estratto video: 1 minuto · Installazione “Μεταμόρφωσις”

Due muri che prendono parola.

Interventi nello spazio urbano per tenere insieme memoria, responsabilità e diritti.

Il murale Undici di Mrfijodor a Torino

Torino · Memoria della Resistenza

Undici

Il murale di Mrfijodor ricorda Luciano Domenico, giovanissimo portaordini partigiano conosciuto con il nome di battaglia “Undici”, ucciso dai fascisti il 23 febbraio 1945. Il piccione viaggiatore diventa immagine della memoria che attraversa il tempo e ci affida una responsabilità.

Scheda del Museo d'Arte Urbana
Il murale Questo non è amore dedicato a Giulia Cecchettin a Torino

Torino · Contro la violenza di genere

Questo non è amore

Il murale dedicato a Giulia Cecchettin porta nello spazio pubblico frasi che riconoscono controllo, possesso e violenza. Il bozzetto di Nina Gruppi, scelto da Gino Cecchettin, è stato realizzato da Berny Scursatone in un progetto che ha coinvolto Avvalorando e Barbara B.

Conosci il progetto

80° anniversario della Liberazione

La Resistenza delle donne.

Un'installazione visiva sul coraggio delle donne partigiane piemontesi. Estratto di tre minuti dall'opera originale.

Il videomapping celebrativo è stato proiettato sulla facciata del Municipio di Moncalieri, in Piazza Vittorio Emanuele II 2, dal 4 al 26 aprile 2025: con sonoro dalle 21 alle 22 e in versione solo video dalle 22 alle 23.

Iniziativa promossa dal Comune di Moncalieri, Città Metropolitana di Torino e Associazione Avvalorando per l'80° anniversario della Liberazione.

Regia e direzione artistica
Valentina Maffeo · Ilumen Atelier
Assistente alla produzione
Caterina Lanfranchi
Musiche
Ruben Zambon · con il contributo di Manuel Sirotti

Fotografie e citazioni provengono dall'Archivio dell'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” — Istoreto. Le citazioni sono di Anna Cherchi Ferrari, partigiana e deportata, e Paolo Braccini, partigiano fucilato al Martinetto di Torino. Il materiale d'archivio è stato digitalizzato utilizzando l'IA, nell'etica e nel rispetto della fonte storica.

Campagne e riforme.

Parole, proposte e partecipazione per cambiare ciò che sembra immutabile.

Tasto A

Una scelta netta.

Internazionalismo. Mai guerre. Dalla parte del popolo. Frenare il capitalismo. No consumo di suolo.

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Il carcere fuori dal carcere.

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Primo post · Discarica sociale

Il carcere fuori dal carcere.

Il carcere non è un luogo isolato: è il sintomo di una crisi più ampia. In questo estratto di Discarica sociale, Alessandro Di Mauro intervista Pietro Buffa sui meccanismi di esclusione, controllo e punizione e sulla necessità di guardare oltre le mura, verso un diverso modello di giustizia, cura e sicurezza.

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